I ragazzi di via pallone
Anche se non hanno sempre riscosso successo, i libri
che parlano di calcio continuano a essere pubblicati e a cercare
(spesso trovandolo) il consenso dei lettori. Vediamo perché,
costruendo un percorso di lettura.
di Fernando Rotondo
Oreste del Buono sosteneva che non esiste il grande romanzo
italiano di calcio (a differenza dell’America, dove baseball,
football e boxe hanno spesso innervato la grande narrativa,
offrendo splendidi personaggi e metafore di vita). E Goffredo Fofi
precisa che in Italia “il romanzo sportivo è un genere rimasto
solo ai ragazzi”. Vero o falso?
In principio sembrava che palloni e ruote avrebbero potuto
percorrere facilmente in lungo e largo le praterie della
letteratura per l’infanzia. A cavallo tra gli ultimi anni ’30 e
’40 due romanzi aprono una strada che appare tutta in discesa.
Giorgio Picchia, calciatore di Filippo Prestifilippo Trigona,
pubblicato ne La Biblioteca dei miei ragazzi nel 1938, racconta la
storia di un giovane, figlio di emigrati in Inghilterra, che torna
per diventare un campione professionistico, sullo sfondo del clima
nazionalista della prima guerra mondiale e poi del fascismo. Tre
anni dopo, Emilio De Martino, grande giornalista sportivo, scrive
La squadra di stoppa, avvincente romanzo d’avventura e di calcio,
di amicizia, coraggio e lealtà, un vero “classico” del genere, una
sorta di “ragazzi di via pallone”. Giani Brera riconosceva
all’autore la capacità di “scrivere benissimo per i ragazzi, al
cui giro mentale sapeva adeguarsi con naturale spontaneità”, e più
recentemente Antonio D’Orrico ha giudicato il libro “il più bel
romanzo di calcio italiano” (Sette, 12 dicembre 2002).
Naturalmente sappiamo che la letteratura giovanile è sempre un po’
ideologica: chi scrive ha una certa idea dell’infanzia, di come
vorrebbe che fossero i bambini. La squadra di stoppa, per esempio,
nelle riedizioni post-belliche fu “purgata” delle sue pagine di
più accesa propaganda nazionalista e fascista. Altra sensibilità e
consapevolezza, invece, si ritrovano in un Oscar Ragazzi del 1974,
Hanno rapito la Juve del giornalista Carlo Moriondo, un giallo in
cui le ragioni narrative dell’azione e dei personaggi sono
strettamente correlate al mondo morale e tecnico dello sport, e il
calcio si esprime come un nuovo linguaggio universale, quasi un
esperanto del tifo (un giocatore sfuggito ai sequestratori si fa
riconoscere da un marinaio genovese snocciolandogli i risultati
degli incontri Juventus-Sampdoria).
Malgrado questi incunaboli di narrativa calcistica giovanile,
successivamente non sono stati molti i tentativi sul tema e
generalmente coronati da scarso successo. Esemplare è il caso de I
Ragazzi della Squadra Primavera, miniserie lanciata nel 1997 dalla
casa editrice EL, che non è andata oltre i primi sei titoli, senza
repliche né successo (anche qui c’era una specie di “lotta di
classe” tra poveri-ma-coraggiosi-e-leali, tra cui una mezz’ala
nigeriana, e ricchi-ma-superbi-e-arroganti). Probabilmente
l’immaginario calcistico scritto appare talmente povero e freddo
da non reggere la concorrenza di quello televisivo,
ipertecnologico e rovente, rutilante e scintillante, persino di
quello delle narrazioni rosee delle gazzette, soprattutto di
quello “agito”, giocato personalmente e coralmente; perché si può
mimare un’avventura di cappa e spada (di legno), di pirati
(bastano una benda e una bandana), di robot e astronavi, di
sparatorie e inseguimenti, di mostri, vampiri e fantasmi, ma una
partita di calcio non si simula, basta avere un pallone e uno
spazio minimo e si gioca realmente, life.
Hanno rapito la Juve è importante anche perché mostra la nascita
di una koinè, di una lingua franca. Accanto ai personaggi-ponte
fra culture diverse (Cenerentola, Giufà, il lupo), di cui parla
Vinicio Ongini, possiamo annoverare anche il calcio come
gioco-ponte: il ragazzino ebreo dell’ Isola in via degli Uccelli
di Orlev (Salani 1981) esce dal suo rifugio nel ghetto per giocare
(bene) con dei polacchi al di là del muro: la libertà può essere
una partita di pallone (sia pure per poco). Personaggi-ponte sono
anche Ekila, ragazzo africano giunto a Perugia che segue “90°
minuto”, gioca portiere nel campionato interscolastico e le prime
parole italiane che impara sono calcio d’angolo, rigore, fallo di
mano, punizione, fuorigioco (in Un tiro in porta per lo
stregone,
Africa 70, 1995); e ancora il quattordicenne Bilia che dal carcere
minorile di Kinshasa, per aver rubato delle banane, passa a una
scuola di calcio in Italia per avviarsi a una carriera di
professionista (in Colpo di testa, Fabbri, 2003). Entrambi i
romanzi sono di Paul Bakolo Ngoi, che è nato in Congo e poi ha
studiato in Italia, dove oggi vive e lavora. Stesso argomento
tocca un “giallo etnico” di Loriano Machiavelli, Partita con il
ladro (Sonda, 1992), dove Ghazala, ragazzo nordafricano emigrato a
Bologna, riconosce le prime parole, le stesse usate nel suo paese,
gol, corner, pressing, offside, stopper. Qui torna l’elemento
fiabesco delle scarpette, che Ghazala è accusato di aver rubato –
ma i compagni indagano e lo aiutano a discolparsi – come nel
racconto "Dopodomani, Scarpine!" di Hamley (in Le bambole
senz’occhi, Salani, 1991), in cui le scarpette rimpicciolite
conservano l’abilità magica dei piedi del grande giocatore che le
ha calzate.
Si riconoscono in questi racconti la forza fabulatoria,
fantasticatrice e mitopoietica del gioco, nonché la sua spinta a
chiudere positivamente il cerchio immigrazione-integrazione. Il
calcio è anche fiaba, e noi sappiamo che le fiabe sono vere, come
ci ha insegnato Calvino.
Ci raccontano lo scontro ma anche l’incontro tra civiltà, la
mescolanza tra culture, le mescidazioni, il meticciato. Sappiamo
altresì che il tifo degli ultrà in curva è spesso nient’altro che
barbarie, ma due bambini, uno bianco e l’altro nero, che si
incontrano e non si conoscono, non si capiscono perché non parlano
la stessa lingua, se hanno un pallone subito organizzano una
partita, e questa è civiltà. Ne offre una bella immagine World
Team di Vyner (Mondadori, 2002), albo di grande formato con
bambini di tutto il mondo che giocano e sognano calcio.
Ma anche i tifosi più accesi, gli Hooligans di Swindells
(Mondadori, 1992), possono distrarsi dalla partita della loro
squadra del cuore per correre in soccorso di una ragazza
minacciata di stupro: eroi o delinquenti, angeli o diavoli?
Del resto il romanzo di calcio sa offrire straordinari pretesti e
occasioni per raccontare storie e metafore d’infanzia e
adolescenza: l’intrigo poliziesco in La coppa del mondo non si
farà di Picouly (Feltrinelli, 1999), l’horror umoristico in
Il
pallone parlante di Brezina (Mursia, 2004), la guerra e la pulizia
etnica in La vita è una bomba! di Garlando (Piemme, 2001), il
lavoro minorile nel Terzo Mondo in La scuola o la scarpa di Tahar
Ben Jelloun (Bompiani, 2000), l’handicap in La linea del traguardo
di Zannoner (Mondadori, 2003), l’emarginazione giovanile in Bazar
di D’Adamo (EL, 2002), lo sport al femminile in Franci Goal di
Passarelli (Sinnos, 2002) e in Monelle tira in porta di Brisac
(Mondadori, 2003), la voglia di ridere in La leggenda del bomber
Ramarro di Capecelatro e in La squadra di bignè di Friedrich
(Giunti, 2002 e 2003), l’amore dei bambini in La palla innamorata
di Amado (Mondadori, 2000) e in Amore e pallone di Petrosino
(Nuove Edizioni Romane, 1993).
Anche quando non è il tema centrale, la trave portante della
struttura narrativa, tuttavia il calcio può offrire l’incipit per
raccontare una dittatura militare, in Cile, vista con gli occhi di
un bambino, come in Tema in classe di Skarmeta (Mondadori, 2001):
“Il giorno del suo compleanno, Pedro ebbe in regalo un pallone…”. |